Godwin: il partito pretende cervelli all’ammasso

pecore

Ad un libertario il partito sta stretto; troppe regole, troppo “centralismo democratico”.

Soprattutto – secondo William Godwin [1] – , perché il partito vuole « fondere tutti gli intelletti in una massa unica ».

« Il partito tende – in modo forse più potente di qualsiasi altra situazione nelle faccende umane – a rendere la mente inattiva e statica ».

Infatti, spiega ancora il filosofo americano, « dopo aver accettato il credo del nostro partito non abbiamo più alcun modo d’impiegare quelle facoltà che potrebbero condurci alla scoperta dei suoi errori ».

Manca, spesso, dentro la forma partito, in sostanza, la possibilità di fare critica o autocritica.

Due esempi di statuto di partito, antitetici, ad esempio li troviamo in PCL e PRC / PCI.

Problema individuato dal leader cinese Mao Zedong che, a correzione, aveva previsto la necessità della periodica “rettifica”.

D’altro canto, « nelle associazioni politiche l’obiettivo di ognuno è [solo quello] di condividere il credo con il vicino ».

Da Godwin e Mao due proposte per un partito vero democratico

Invece, secondo William Godwin, « l’individualità è l’essenza stessa dell’eccellenza intellettuale. Chi si affida completamente alla comunione d’idee e all’imitazione arriva a possedere ben poca forza o accuratezza mentale ».

In conclusione, la forma partito, quale strumento di elaborazione politica e lotta collettiva, è accettabile quando:

  • solleciti e valorizzi continuamente il pensiero di ogni “individuo” aderente,
  • e svolga autocritica (“rettifica).

Fonti e Note:

[1] “L’eutanasia dello Stato” di William Godwin, Peter Marshall, Pietro Adamo.

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