
In quest’epoca segnata da conflitti e dalla concreta minaccia di una terza guerra mondiale, tornano alla mente le parole scomode e profetiche di don Lorenzo Milani. In risposta a un duro attacco dei cappellani militari della Toscana contro l’obiezione di coscienza – da loro definita “un insulto alla Patria e ai suoi caduti ed espressione di viltà” – il sacerdote rispose con chiarezza e coraggio.
“La parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei”, scrisse suRinascita.
Don Milani non si limitò a ribadire il messaggio cristiano di assoluta nonviolenza –“È troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa”– ma analizzò a fondo il testo della nostra Costituzione.
L’articolo 11 afferma:“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…”, mentre l’articolo 52 sancisce:“La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”.
Don Milani:La difesa della Patria non è offendere la Patria altrui
Due principi spesso ignorati o calpestati. Don Milani osserva come i militari italiani non siano mai stati impiegati per difendere davvero la Patria.“La storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri…”, afferma il parroco di Barbiana.
Segue un lungo elenco di guerre “contro le Patrie altrui”: la Libia (1911), l’Etiopia (1896 e 1935), l’Austria (1915), la Spagna repubblicana (1936), l’Albania, la Francia, la Grecia, l’Egitto, la Jugoslavia, la Russia (1939-1943). E non mancano le “guerre” contro il proprio popolo, come quella del generale Bava Beccaris contro i cittadini di Milano nel 1898, segnata da sangue e repressione.
Don Milani denuncia l’inutilità e l’ingiustizia di molte guerre. Ricorda, ad esempio, che“Giolitti aveva la certezza di poter ottenere gratis quello che poi fu ottenuto con 600.000 morti”, riferendosi alla Prima guerra mondiale.
“Era nel ’22[la marcia su Roma, n.d.r.]che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l’esercito non la difese. Stette a aspettare gli ordini che non vennero”, scrive.
Don Milani: l’obbedienza non è sempre una virtù
Ciò che don Milani contesta è la cieca“obbedienza a ogni costo”, l’adesione incondizionata a ordini che negano ogni senso critico e ogni umanità. Ricorda cos’è, nella realtà, il “pane quotidiano di ogni guerra”:
- il bombardamento dei civili,
- le rappresaglie contro villaggi inermi,
- le esecuzioni sommarie di partigiani e ostaggi,
- l’uso di armi atomiche, batteriologiche e chimiche,
- la tortura,
- i processi sommari per semplici sospetti,
- le decimazioni.
Ordini eseguiti, spesso, senza nemmeno pensare.
Don Milani invita all’incruenta lotta di classe
Ma don Milani va oltre. Nella sua lettera ai cappellani militari affronta anche la questione della giustizia sociale e della lotta di classe. Scrive:
- “Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria ereclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.
- E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamoil diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi.
- E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Leuniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto”.
Nella parte conclusiva della lettera, due importanti precisazioni.
La propaganda di odio
La prima: “In questi cento anni di storia italiana c’è stata ancheuna guerra ‘giusta’ (se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra:la guerra partigiana. Da un lato c’erano dei civili, dall’altra dei militari. Da un lato soldati che avevano obbedito [al fascismo, n.d.r.], dall’altra soldati che avevano obiettato [i ‘disertori’, i partigiani, n.d.r.]”.
Alla conclusione dei cappellani militari, che offrivano il loro“riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia”, don Milani risponde con lucidità e compassione:
“Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa dauna propaganda d’odio,si son sacrificati per il solomalinteso ideale di Patriacalpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano”.
Non perderti i prossimi articoli! Iscriviti alla nostra Newsletter.
—
Fonti e Note:
[1] don Lorenzo Milani, 23 febbraio 1965, “la Risposta ai cappellani militari” da “L’obbedienza non è più una virtù“.

