Il diritto di voto è davvero universale?

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Lo ripetiamo continuamente: viviamo in una democrazia fondata sul suffragio “universale”. Ma basta fare due conti per scoprire che tanto universale non è. Questo a prescindere ovviamente dell’utilità concreta dell’esercizio del diritto di voto.

In Italia sono esclusi dal voto circa 15 milioni di persone, cioè un abitante su quattro. In Belgio gli esclusi arrivano a 4,4 milioni, oltre un abitante su tre. Tra loro vi sono gli stranieri privi della cittadinanza e, soprattutto, tutti i minorenni.

Il suffragio “universale”, dunque, universale non è.

Se alcuni partiti sostengono ormai il diritto di voto degli stranieri extracomunitari alle elezioni locali, «il fatto che si interdica di votare ai bebé, ai bambini e agli adolescenti non scandalizza quasi nessuno», osserva la scrittrice francese Clémentine Beauvais nel saggio “Pour le droit de vote dès la naissance”.

Il libro mette in luce una contraddizione difficilmente ignorabile.

«L’esclusione dei bambini dal suffragio “universale” mette i regimi democratici in incoerenza rispetto ai loro stessi principi di uguaglianza», scrive l’autrice.

E aggiunge: «Non esigiamo dagli individui adulti alcuna competenza particolare per votare, ma escludiamo i minori sull’ipotesi, mai dimostrata, che sarebbero incompetenti.»

Il problema, però, è un altro.

«In termini di rischi per la democrazia, la possibilità di un elettorato incompetente che “voterebbe male” non può essere messa sullo stesso piano dell’esclusione reale di una larga parte della popolazione dall’accesso alla rappresentanza.»

La riflessione forse più convincente arriva poco dopo.

«Dall’embrione all’adolescenza, i minori subiscono in ogni istante le conseguenze delle misure politiche prese dagli adulti… pensando ad altri adulti, senza prendere in considerazione le ricadute probabili sui bambini.»

L’UNICEF, ricordando il contenuto della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, evidenzia come «ogni bambino ha il diritto di esprimere la propria opinione su tutte le questioni che lo riguardano.»

Come superare questa contraddizione?

Beauvais esclude il voto “per procura”, affidato ai genitori. Propone invece una strada graduale: iniziare dalle elezioni comunali oppure abbassare progressivamente l’età minima per votare, dai 18 ai 16 anni, poi ai 12, poi agli 8.

L’autrice riconosce che «il diritto di voto dalla nascita è un’idea provocatoria».

Ma conclude con un’immagine che va oltre il diritto di voto e parla di cittadinanza, appartenenza e dignità:

«Voi siete i benvenuti. Voi siete a casa vostra.»

Si può condividere oppure no questa proposta. Ma una domanda rimane aperta: può definirsi davvero “universale” una democrazia che esclude dal voto un quarto della popolazione in Italia e oltre un terzo in Belgio?

Note:

[1] UNICEF, 8 luglio 2024, “Votare ed eleggere a 16 anni? Argomenti a favore“.

2 commenti su “Il diritto di voto è davvero universale?”

  1. Franco Consales

    Ciao Natale, penso sia corretto quello che dice Clementine.
    Se i bambini votassero probabilmente ci sarebbe un mondo che possa guardare anche al futuro anziché al solo presente.
    I peggiori politici in circolazione al momento sono i più anziani. Purtroppo il luogo comunque che la vecchiaia porta saggezza non si realizza nella realtà

  2. Il nodo non è tanto “chi voterebbe bene”, quanto il fatto che una parte enorme della popolazione non vota affatto. Il problema è coinvològere nel dibattito politico sempre piu persone

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