
«Anarchia vuol dire non-violenza, non dominio dell’uomo sull’uomo, non imposizione per forza della volontà di uno o di più su quella di altri». L’anarchia deve trionfare «mediante l’armonizzazione degli interessi, mediante la cooperazione volontaria, con l’amore, il rispetto, la reciproca tolleranza». Così Errico Malatesta spiega cos’è l’anarchia [1].
Malatesta insiste: «ciò che distingue gli anarchici da tutti gli altri è appunto l’orrore per la violenza, il desiderio e il proposito di eliminare la violenza, cioè la forza materiale». In altre parole, «l’abolizione del gendarme, l’esclusione dai fattori sociali della regola imposta tramite la forza brutale, legale o illegale che sia».
Malatesta giustifica la violenza
La precisazione di Malatesta a chi contesta la violenza espressa da taluni anarchici in apparente incoerenza col suo pensiero è che: «perché due vivano in pace bisogna che tutti e due vogliano la pace».
Insomma, «se uno dei due si ostina a volere con la forza obbligare l’altro a lavorare per lui ed a servirlo, l’altro se vuole conservare la dignità di uomo e non essere ridotto alla più abietta schiavitù, malgrado tutto il suo amore per la pace e il buon accordo, sarà ben obbligato resistere alla forza con mezzi adeguati».
Certo, «vi sono dei casi in cui la resistenza passiva è un’arma efficace, … ma il più delle volte, professare la resistenza passiva significa rassicurare gli oppressori contro la paura della ribellione, e quindi tradire la causa degli oppressi» [2].
«Rinunciare alla violenza liberatrice quando resta l’unico mezzo che possa mettere fine alle sofferenze diuturne della gran massa degli uomini ed alle stragi immani che funestano l’umanità sarebbe farsi complici dei violenti» [3].
Quindi sì, Malatesta ammette la violenza: «la violenza è purtroppo necessaria per resistere alla violenza avversaria». Tuttavia, occorre «contenere la violenza nei limiti della stretta necessaria; … la nostra violenza deve essere resistenza di uomini contro bruti, non lotta feroce di bestie contro bestie» [4].
Malatesta: il gendarme schiavo volontario
Quindi la precisazione: «noi siamo nemici dello Stato che è l’organizzazione coercitiva, della violenza, della società». E poiché «l’attuale regime di ingiustizia e di oppressione si regge sulla violenza, sulla forza bruta delle baionette e delle mitragliatrici, … è necessaria l’organizzazione di una forza rivoluzionaria sufficiente allo scopo» [5].
«Noi non sappiamo sentire odio contro le guardie regie, i carabinieri e simili sgherri» [3]. Ma sono dei «disgraziati incoscienti, per miseria, per ignoranza o per degenerazione organica che li fa malvagi. Essi hanno venduto la loro libertà e si sono fatti schiavi volontari al servizio degli oppressori. [Essi] sono sicari che perseguitano, torturano, ammazzano per conto di chi li paga. Essi rappresentano un pericolo per tutti, fino a che stanno con l’arma in mano pronti ad uccidere alla minima occasione, o senza occasione».
Da qui il «naturale rallegrarsi» quando ce n’è «uno in meno» e il sostegno all’idea della «abolizione del gendarme» [1].
—
Fonti e Note:
[1] “Anarchia e Violenza”, pubblicato su “Pensiero e Volontà” n. 17 del 1 settembre 1924. Riportato da “Anarchismo e violenza”, Errico Malatesta, Edizioni Anarchismo.
[2] “Anarchia”, 1896. Riportato da “Anarchismo e violenza”, Errico Malatesta, Edizioni Anarchismo.
[3] Pubblicato su “Umanità Nova” n. 31 del 27 aprile 1920. Riportato da “Anarchismo e violenza”, Errico Malatesta, Edizioni Anarchismo.
[4] Pubblicato su “Umanità Nova” n. 193 del 21 ottobre 1922. Riportato da “Anarchismo e violenza”, Errico Malatesta, Edizioni Anarchismo.
[5] Pubblicato su “Umanità Nova” n. 115 del 25 agosto 1921. Riportato da “Anarchismo e violenza”, Errico Malatesta, Edizioni Anarchismo.

