Trapani, al Festival si discute di scuola democratica

Festival delle libertà 2025 - Scuola - Salvo e Muraglia

Il secondo incontro del Festival delle Libertà di Trapani è stato dedicato alla scuola, alla scuola del futuro. Il titolo, “Liberi di imparare”, era chiaramente centrato sugli studenti come soggetti centrali dell’educazione.

A dialogare con Natale Salvo, portavoce di Sinistra Libertaria e moderatore dell’incontro, c’era Maurizio Muraglia, docente e formatore palermitano con una lunga esperienza. L’incontro ha visto la presenza di numerosi iscritti al sindacato CUB Scuola, che hanno reso il dibattito partecipato e vivace, tanto da prolungarlo oltre l’orario previsto. Dispiace solo per l’assenza di altri operatori scolastici, legati ad altre sigle sindacali: l’ANIEF, ad esempio, pur invitata, ha declinato la partecipazione.

Muraglia ha centrato il suo intervento denunciando quelli che, a suo dire, rappresentano i cinque principali problemi della scuola di oggi:

  • la tecnocrazia, difficile da comprendere e che ti mette fuori gioco se non la conosci;
  • l’ipercontrollo e l’accountability, che finiscono per stancare e demotivare molti docenti;
  • il centralismo, con la scuola ostaggio del ministro di turno che interviene pesantemente sull’autonomia scolastica e produce, ad esempio, un inutile test Invalsi che vorrebbe paragonare lo studente di Torino a quello di Canicattì;
  • la smania censoria e punitiva, il ritorno all’autoritarismo che sta seducendo una parte significativa del corpo docente;
  • la dirigenza, composta da piccoli gerarchi che si muovono tra le scuole in maniera scollegata dal personale.

Tutto questo, per Muraglia, finisce per restringere nella scuola gli spazi di libertà, fino quasi a cancellarli. È un nemico della democrazia.

Il professore ha spiegato che la scuola è fatta di tre elementi: saperi (cosa studiare), metodi (come insegnare), relazioni. Ma se le relazioni sono tossiche, autoritarie, antidemocratiche, nei ragazzi si genera sfiducia verso gli adulti, e si alimenta una competizione estrema tra studenti e tra docenti. Il risultato? «Se qualcuno alza il dito e dice qualcosa di diverso è considerato eretico». Per Muraglia, invece, nella scuola deve funzionare la collaborazione: «L’educazione col potere non c’entra nulla».

Un’analisi confermata da Kim, un quindicenne intervenuto nel dibattito. Secondo lui, oggi i giovani hanno «paura di essere diversi, vogliono rientrare in una casella, conformarsi alla massa, hanno perso la curiosità». Le cause? Le famiglie («non si parla a casa») e i social media («i giovani vivono in una grotta nel loro mondo del telefonino, una mini-società»).

Successivamente, Enrica Valenza ha invitato a «non romanticizzare certi autori, idolatrare filosofi e poeti», ribadendo l’importanza della libertà di insegnamento. Ha proposto di inserire nei curricoli scolastici l’educazione all’affettività (per affrontare temi tabù) e l’educazione digitale, intesa come uso consapevole degli strumenti (privacy, dati, rischi). Inoltre, ha sottolineato la necessità di insegnare competenze pratiche per la vita quotidiana, come cucinare, aprire un mutuo o stipulare un’assicurazione. «La scuola deve essere viva, concreta», ha concluso, esprimendo anche il suo scetticismo verso l’esame di maturità.

Sul tema del digitale è intervenuta anche Miranda Pantaleo, maestra elementare: «Il progresso non si deve arrestare?». Secondo lei non c’è stato un vero dibattito scientifico prima dell’introduzione massiccia della digitalizzazione scolastica, dietro la quale intravede forti interessi economici. Il rischio, ha avvertito, è di «formattare i cervelli» dentro un disegno di potere e controllo. Il digitale, a scuola come a casa, crea dipendenza «come una droga», a discapito della capacità di immaginazione, dell’affettività, dell’attenzione, dell’umore e del riposo notturno degli studenti.

Ha concluso il professor Franco Schifano: «Il sapere è imposto dall’alto agli studenti come agli insegnanti». Anche esperienze, convinzioni e modi di pensare vengono calati dall’alto. Lo studente «deve solo recepire» per essere poi «premiato o meno con un voto». Il risultato? «Un cittadino legato a protocolli magari sbagliati ma calati dall’alto, una società che accetta tutto, anche l’inaccettabile, perché non è abituata a porsi domande e si infastidisce quando è costretta a pensare». Non è questa la strada, ha concluso, «per creare un cittadino attivo e propositivo, capace di migliorare la società».

Muraglia, però, non propone di smantellare la scuola: «Non penso che il problema sia la struttura. Non sono in grado di immaginare una scuola libertaria. Se non funziona, la colpa non è dei voti o della campanella».

Il dibattito ha messo in evidenza comunque una convinzione comune: senza una scuola libera, capace di stimolare il pensiero critico e di restituire centralità agli studenti, non può esserci vera democrazia. La sfida è trasformare l’educazione in uno spazio di libertà e collaborazione, contro l’autoritarismo e la mercificazione che rischiano di soffocarla.

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